La situazione attuale

Gli psicofarmaci dovrebbero aiutare, no? Eppure sto così male, forse peggio di prima.

Un anno fa decisi di affidarmi ad altri esperti e un medico molto rinomato del Nord Italia mi disse che nell’ospedale della mia regione mi avevano letteralmente rovinata. Così mi fece ricoverare in una clinica psichiatrica per un mese e mezzo, per farmi provare nuovi farmaci e per farmi sottoporre alla Stimolazione Magnetica Transcranica col fine di contrastare il Disturbo Ossessivo Compulsivo. Il ricovero è andato sommariamente “bene”, ma è terminato con la mia esasperazione che mi ha portata al punto di tagliarmi con delle lame che avevo tenuto nascoste. E rieccomi punto e a capo.

Avevo anche iniziato la psicoterapia cognitivo-comportamentale nella mia città con una bravissima dottoressa, mi sentivo finalmente capita, ma questo non bastava. Successivamente conobbi un ottimo psichiatra che mi parlò di una ragazza, Emanuela, morta a 17 anni di cancro. Mi mostrò la sua foto, lei era così gioiosa e così legata alla vita a tal punto che mi sono commossa. L’ho sognata più volte, finché una notte non mi disse che sarei stata bene perché finalmente sarebbe girato tutto a favore mio. Il mattino dopo effettivamente erano successe cose strane: due persone alle quali tenevo tremendamente si erano scusate per il loro cattivo comportamento nei miei confronti dovuto al fatto che io avessi determinati “problemi” e avevo anche ricevuto la chiamata di lavoro dalla GNV che in quel momento aspettavo più di qualsiasi altra cosa. Le uniche parole che riuscii a pronunciare furono “Grazie Emanuela”. Ed ero ancora più scossa quando scoprii che la collega di lavoro con cui dovevo dividere la cabina si chiamava proprio Emanuela ed è stata colei che è stata la mia ancora di salvezza durante tutto l’imbarco ogni volta che avrei voluto dire basta a tutto.

Tornata alla vita ordinaria tutto è ripreso peggio di prima. Tutta la forza che avevo acquistato è andata persa. Oppure era tutta un’illusione, magari quella forza io non l’ho mai avuta. Sono sfinita, non riesco più ad andare avanti.

Vorrei chiedere aiuto, aiuto e ancora aiuto. Ma so che non servirebbe a nulla, perché l’aiuto non basterebbe mai.

La mia adolescenza

Gli anni dell’infanzia non furono per niente facili. La mia vita era triste, piangevo sempre, non avevo molte amicizie e non volevo mai festeggiare un compleanno. Mi chiamavano “la muta” ed ero tutto il contrario di ciò che dovrebbe essere una bambina.

All’età di quasi 10 anni rischiai di perdere mia mamma a causa di una gravidanza difficile. Ricordo che passeggiavo a piedi con mio papà e il mio fratellino, e con totale disinvoltura chiesi “Mamma sta morendo, vero?”, ma mio padre non ebbe il coraggio di rispondermi. La rabbia mi pervase, perché doveva morire mia madre o la mia futura sorellina? Perché non potevo sacrificarmi io? Alla fine i medici riuscirono a salvarle entrambe, ma ecco che si faceva strada un altro calvario.

Gli anni passavano ed io stavo sempre più male, mi isolavo e tendevo ad elemosinare le amicizie, il pensiero di morte si faceva sempre più presente e non riuscivo a gestire più tutte le mie ossessioni. Tentai il suicidio. Più volte. Ero fuori di me. E il fatto che la mia sorellina stesse male senza capirne il motivo, non mi aiutava affatto.

Dopo aver girato l’Italia per trovare spiegazioni a ciò che accadeva alla mia sorellina, ci furono finalmente le prime diagnosi: avevano riscontrato un lieve ritardo alla nascita, Sindrome di Tourette, Disturbo Ossessivo Compulsivo e ADHD. Iniziammo così un percorso terapeutico in un ospedale della mia regione dove, dopo aver visitato anche me e fatto diversi test, mi diedero la diagnosi di: lieve Sindrome di Tourette, Disturbo Ossessivo Compulsivo e Depressione Maggiore. Insomma, non ci facevamo mancare nulla in famiglia.

Nel frattempo mi diplomai, la Psichiatria era ormai la mia seconda casa e gli psicofarmaci il mio cibo quotidiano.
Inizialmente mi diedero il Prozac e iniziai a stare davvero meglio. Finché non aggiunsero al mio piano terapeutico il Risperidone, il farmaco che mi ha rovinato la vita.
Dormivo continuamente, avevo difficoltà a coordinare il mio corpo, mi sentivo rintontita perennemente, perdevo abbondante latte dai seni e, nonostante avessi un fisichino di appena 50 kg, mi ritrovai con quasi 40 kg in più nel giro di 4 mesi.
Non ero più me stessa.
Chiedevo spiegazioni in psichiatria e dicevano che l’aumento di peso era colpa mia, che dovevo mettermi a dieta nonostante io non avessi mai cambiato le mie abitudine alimentari. Mi diedero persino il Dostinex come le donne incinte per diminuire, invano, il livello di prolattina. E come se non bastasse mi lasciarono la terapia col Risperidone per ben 4 anni. Terapia che, da buona ignorante in materia, continuai fino a ridurmi uno schifo. Volevo solo MORIRE.

La mia infanzia

Stasera parlo un po’ della mia storia, di ciò che sono stata e di ciò che sono adesso. Ho 23 anni e vengo da una grande città del Sud Italia, che amo e odio contemporaneamente. E non perché non mi piaccia la mia terra, ma perché è colei che mi ha rovinata.

Partiamo dall’inizio. La mia infanzia.

Sin da bambina sono stata molto difficile… I miei coetanei amavano giocare con bambole e macchinine, io invece pensavo sempre e solo alla morte. Un pensiero alquanto strano per una bimba di 5 anni che non sapeva nemmeno cosa significasse sorridere. Eppure i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare nulla, sin dalla mia nascita sono sempre stati presenti e hanno cercato di aiutarmi in tutti i modi. Ma non è bastato.

All’età di 5 anni mi ammalai di sepsi da streptococco, dissero che non c’era più nulla da fare. Mi isolarono in un reparto d’ospedale, c’erano tanti medici, urla, disperazione. E come se non bastasse i miei organi si andavano fermando. Nasce forse da qui la mia ossessione continua per la morte? Può una bambina pensarci continuamente? Ma attenzione, la morte non mi ha mai fatto paura, nemmeno nella mia tenera età ed è questo che ha sempre preoccupato tutti. Alla fine si gridò al miracolo e la situazione si riprese col passare del tempo. Ma la mia situazione psicologica no, sopraggiungero problemi su problemi.

Qualche mese dopo iniziai la prima elementare, ricordo che la maestra ci diede la prima consegna: tre disegni su qualcosa che ci aveva colpito recentemente. I miei compagnetti disegnarono il mare, il sole e tutto ciò che avevano vissuto durante le loro vacanze estive. Io no. Io ero troppo presa dalle recentissime vicende dell’11 Settembre 2001 e non riuscivo a staccarmi dal telegiornale o da tutto ciò che potesse rendermi partecipe. Io a 5 anni portai a scuola tre disegni che rappresentavano le Torri Gemelle, la tragedia, le persone disperate che si gettavano dalle finestre per sfuggire alle fiamme. C’era decisamente qualcosa che non andava in me. Perché non ero come gli altri bambini? Ma questo era solo l’inizio.

Io posso farcela

Vorrei scrivere tante cose, ma non posso… Ho paura di ciò che rimane per sempre, ho bisogno di parlare ma preferisco incanalare tutto nella mia mente. “Verba volant, scripta manent” ha sempre detto mia madre, ed è proprio così; a volte scrivere mi fa paura, è l’arma più potente che possa esistere, ma è la mia valvola di sfogo nonostante io preferisca soffermarmi sulle emozioni e i sentimenti che provo.

Adesso sto nel letto abbracciata al mio nuovo pupazzetto mentre guardo in Tv il film in ricordo di Libero Grassi, si chiama “Liberi sognatori – A testa alta” ed in questo momento è questo titolo con il suo significato a darmi forza. Si, perché anche io sono una libera sognatrice e anche io nel mio piccolo sto cercando di camminare sempre a testa alta, ma non riesco.

Adesso sono al limite e giuro che ce la sto mettendo tutta per resistere. Ultimamente ho sempre più strane idee in testa, come se io non meritassi di vivere, o come se la vita in generale non fosse fatta per me. E vorrei anche spiegare i motivi o tutto quello che mi è successo ultimamente, ma non riesco e non voglio nemmeno pensarci. Le persone purtroppo feriscono e non gliene faccio una colpa, magari non se ne rendono nemmeno conto. Ma spero che un giorno lo capiscano, e non per me, ma per le persone che gli staranno attorno in futuro.

Al mio gabbiano si stanno spezzando le ali e adesso è difficile non solo volare come faceva prima, ma anche nuotare sta diventando improbabile. Io però continuo a provarci, anche se il dolore si fa sentire tanto. Ripeterò tutta la notte nella mia mente che:

IO POSSO FARCELA

I nuovi lati di me

Sono passati già quasi 3 mesi dall’inizio dell’imbarco e sono successe davvero tante cose. Ho imparato a crescere sempre di più e ho formato maggiormente il mio carattere, sono diventata più forte e mi rendo conto che non riesco a tenermene una. Zero peli sulla lingua, a volte anche troppo sfacciata. E’ un nuovo lato di me che mi piace, ma allo stesso tempo tende ad allontanare le persone. La me di prima utilizzava le sue debolezze per avere più amicizie, quasi cercava pietà, come se non meritasse di meglio. Ma adesso ho capito che ciò che conta veramente non è la quantità di persone che hai accanto o alla quale fai un po’ di simpatia, ma la qualità. Ed io ho imparato anche ad amare la solitudine insofferentemente e non mi pesa più come prima. Ho constatatato che la mia voglia di stare isolata non è depressione e negatività come tutti pensano, ma una parte fondamentale di me che mi piace e alla quale non voglio e non posso rinunciare.

Sono stanca di sentirmi etichettata come colei che non ama la vita e che deve essere tirata su, perché io sono questa e non voglio essere cambiata. Perché io la vita la amo a modo mio e amo anche i dolori che essa mi prospetta. Non sono meglio degli altri, ma senz’altro gli altri non sono meglio di me, soprattutto proprio adesso che sto conoscendo la mia persona.

In questi 3 mesi in nave è finalmente uscita la vera ME e il mio gabbiano non solo sta imparando a nuotare, ma anche a fare capriole in acqua e a fare cose che prima non avrebbe mai avuto il coraggio né la forza di fare. Mi sono sentita giudicata, offesa, criticata; mi sono sentita persa, abbandonata… Ma sempre LIBERA*.

*Rileggendo la mia mente mi suggerisce “Prigioniera di me stessa”, ma allora di quale libertà sto parlando?

La strada è ancora lunga

Ed eccomi qui, dopo ben 11 giorni dall’inizio di questa nuova esperienza. Penso che non avrei potuto desiderare di meglio, dato che amo il lavoro che faccio e non mi pesa affatto. Sono imbarcata su una motonave GNV e faccio l’hospitality hostess. Qui ho conosciuto tante persone nuove e simpatiche. Inizialmente condividevo la stanza con una ragazza fantastica, Emanuela, che rispecchia in quasi tutto la mia persona. Il suo nome poi rimbomba sempre nella mia mente, “Emanuela” è una parola importante che resterà sempre nel mio cuore, lo stesso nome della 17enne morta di leucemia nella mia città, che con la sua storia mi ha dato la forza di rimettermi in carreggiata e affrontare con coraggio la vita. Ed è proprio questo che mi ero imposta di fare già da subito accettando questa sfida con me stessa.

Non so ancora se il gabbiano dentro di me sappia già nuotare, ma sta imparando pian piano e penso sia già sulla buona strada.

La libertà

La libertà si conquista man mano ed io ho avuto la fortuna di viverla dentro di me nel tempo. Come i gabbiani, liberi ma attaccati alla propria terra, che viaggiano tanto, ma alla fine tornano sempre. Il viaggio è ciò che ci accomuna, la sensazione di libertà però è ancora più forte. Finché sei legato alla tua terra non hai la totale indipendenza, un gabbiano ha sempre i suoi cari ad accudirlo, ma quando vola è libero ed è lì che deve imparare a cavarsela da solo.

E se i gabbiani non volassero soltanto? I gabbiani sanno nuotare?

Forse sì, o forse no, forse basta soltanto immergersi in una nuova esperienza per imparare. Non sempre è facile, imparare è bello, ma se ciò non bastasse? Il gabbiano che vive dentro di me è ferito, non vola bene e ha tanta paura, ma so che è pronto a tutto. Lui sa che può farcela, ma non ci crede abbastanza. Lui sa che può vincere anche questa nuova battaglia, come ha sempre fatto, ma ogni volta è come se fosse la prima. Come un bimbo che appena nato incontra il suo sguardo con quello della propria mamma, così il mio gabbiano guarda con speranza il futuro e ciò che verrà, facendosi curare dalla terra, dal cielo e dal mare. Perché io lo so che anche lui prima o poi troverà la sua strada, anche se ci vorrà del tempo, anche quando penserà di non farcela e di non voler più continuare, il mio gabbiano sarà sempre vivo e saprà cosa fare.

Per l’ennesima volta vado via, sperando che questa sia la volta buona per fare qualcosa di concreto nella mia vita. Non che finora non l’abbia fatto, ma so per certo che posso sempre impegnarmi di più. Fra poche ore salperò in quella nave, che per me sarà l’inizio di qualcosa di importante, perché adesso tocca a me rimettermi in gioco e dimostrare agli altri, ma soprattutto a me stessa, chi sono e quanto valgo.

E allora buon viaggio Gabbiano A.!